Cosa vuol dire ‘essere a casa’

  Eccoci qui: è il primo giorno di primavera! Una data particolare, senza dubbio: per tutti è l’equinozio che segna l’inizio della rimonta della luce diurna sulle ore notturne; per i più, rappresenta l’arrivo di una stagione più mite dopo le rigide temperature invernali, anche se, come ormai è noto a chi legge il blog, Parigi si dissocia regolarmente da questa convinzione, seguendo ritmi tutti suoi. Per me, il 20 marzo equivale ad uno dei giorni più speciali del calendario: oggi fanno 3 anni che una seconda meraviglia è entrata nella mia vita. Solo che ora, ovviamente, non si tratta più di un frugoletto avvolto in morbide fasce rosa: è un’autentica persona in miniatura, che di quei giorni conserva giusto due dolcissime guance ben paffute e rotonde.
Tutto cambia, ad una velocità impressionante.
All’inizio della gravidanza, quando ci pensavo, mi sentivo piuttosto spavalda e, con un pizzico di arroganza, mi dicevo che, tutto sommato, accolta una novità dirompente come la maternità, nulla avrebbe potuto più cogliermi di sorpresa come la prima volta. E mi ritrovavo persino a chiedermi, con una punta di scetticismo, se il miracolo avrebbe potuto mai ripetersi con la medesima intensità, ovvero se i sentimenti tanto intensi che una prima volta, per l’appunto, sa regalarti avrebbero potuto essere eguagliati. Almeno, questo è quanto accadeva a me in quei nove mesi.
Poi è arrivato il giorno.
Il giorno dell’incontro, il giorno del rientro, il giorno delle presentazioni, e quel giorno.  Quel giorno in cui me ne stavo quieta, a guardar e questa dolcezza dormire fra le mie braccia, ed ascoltando una canzone, ho sentito scendere una rivelazione nel mio cuore. La canzone era un brano piuttosto noto dei Coldplay, «Fix you»:

When you try your best but you don’t succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can’t sleep
Stuck in reverse

When the tears come streaming down your face
When you lose something you can’t replace
When you love someone but it goes to waste
Could it be worse?

Lights will guide you home
And ignite your bones
I will try to fix you

High up above or down below
When you’re too in love to let it go
But if you never try you’ll never know
Just what you’re worth

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Tears stream down your face
When you lose something you cannot replace
Tears stream down your face
And I
Tears stream down your face
I promise you I will learn from my mistakes
Tears stream down your face
And I

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

[Quando provi a fare del tuo meglio ma non ci riesci/ Quando prendi quel che vuoi ma non quello di cui hai bisogno/ Quando ti senti così stanco ma non puoi dormire/ Torna indietro. /E le lacrime iniziano a scorrere sul tuo viso/ Quando perdi qualcosa che non puoi riavere/ Quando ami qualcuno ma va tutto in fumo/ Potrebbe andare peggio? /Le luci ti guideranno a casaE infuocheranno le tue ossaE io cercherò di consolarti /Lassù e quaggiù/ Quando sei troppo innamorata per lasciar perdere/ Ma se non provi non lo saprai mai/ Quanto sei importante/ Le luci ti guideranno a casa … ]

Avevo sentito passare questa canzone moltissime volte, ma in quel momento unico, il ritornello ha risuonato nella mia testa. Esisteva solo quello: «Lights will guide you homeAnd ignite your bonesAnd I will try to fix you».
Che cosa vuol dire esattamente tornare a casa?O meglio, cosa vuol dire invitare la persona che ami a tornare a casa, per accoglierla, confortarla e “aggiustarla”?
Ed è stato allora che ho capito ciò che volevo essere per quella bimba: io volevo essere la sua casa. Volevo essere il luogo ove potesse tornare, da qualsiasi parte del mondo si trovasse, da qualsiasi esperienza avessero vissuto: il suo riparo, dove poter far scorta di amore in quantità sufficiente per ritrovare l’energia e la fiducia necessarie a ripartire per affrontare la vita. Un amore che non giudica, una presenza che rimane costante e fedele, un approdo sicuro e un trampolino di lancio. D’un tratto, mi sono ritrovata  completamente posseduta da quel sentimento assoluto, ferino e primordiale, che prova ogni madre verso il proprio figlio: un istinto di protezione che si fa talmente forte da essere quasi doloroso, perché altrettanto forte e dolorosa è la consapevolezza di non avere il potere di proteggerlo da tutte le sofferenze, le delusioni, le preoccupazioni del mondo. E c’è la paura, riposta in un angolo buio ed inaccessibile, che possa accadergli qualcosa, insieme con la certezza che essa sarà sempre, d’ora in poi, tua inseparabile compagna, sebbene ciascuna di noi faccia lo sforzo eroico e necessario di tenerla nascosta nell’angolo più remoto di se stessa.
Eppure una cosa avrei potuto farla, pensavo: esserci sempre, in corpo o in spirito, per amare mia figlia, accoglierla, e farle sapere che non è sola, mai. Fino al mio ultimo respiro, e oltre.
Ed ho pensato che tutta l’arroganza e tutto lo scetticismo del mondo erano stati spazzati via dalla rivelazione di un minuto, in cui il miracolo è tornato a ripetersi, speciale nella sua unicità eppure travolgente e destabilizzante come quella famosa prima volta. Se avevo avuto un qualche vantaggio dall’esperienza, posso dire con sincerità che è stato  principalmente uno: la resa all’ascolto senza sosta. Ormai ho deposto le armi della presunzione alla conoscenza, accolgo semplicemente l’inatteso come l’unica realtà possibile, sapendo che attorno ad un piccolo fagottino avvengono le più grandi rivoluzioni possibili.
Prometto quindi di impegnarmi ad essere sempre questo per te: la “tua casa”, dove trovare energia e consolazione, in qualsiasi momento vorrai.
Buon compleanno, piccola fatina.

 

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Emily Dickinson

I libri antichi sono un viaggio nel tempo 

Dickinson_PoesieNei giorni di pioggia, quando l’inverno insistente sospinge la primavera più in là, ostinatamente deciso a non lasciarle il posto nonostante sia arrivato il momento, ebbene proprio in quei giorni la voglia di poesia si fa dannatamente forte. Continua a leggere

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Le vere signore non viaggiano

20180219_105751Quando mi capita di essere in viaggio, e di viaggiare da sola, mi fermo spesso a pensare a come sono cambiate le cose nel corso del tempo per noi ragazze. Più di una volta siamo tristemente sollecitati a vedere il quadro in termini principalmente negativi, ma ogni tanto arrivano letture come questa che fanno sorridere e aprono una finestra divertente su cosa voleva dire prima per una signora decidere di preparare una valigia e andarsene in vacanza: Le vere signore non viaggiano (AA. VV., a c. di R. Discacciati, Milano, Archinto 2007). Continua a leggere

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Le Pain Quotidien

PARIS 75018

Le Pain Quotidien – Lepic

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Per affrontare il lunedì con un po’ di energia in più, niente di meglio che una bella colazione fuori! Qui tra rue Lepic e rue des Abbesses c’è l’imbarazzo della scelta, ma quest’oggi voglio dirigermi verso Le Pain Quotidien Questa boulangerie/bistrot fa parte di una catena che conta diversi indirizzi per tutta Parigi e, da un paio d’anni, ha aperto anche a Montmartre: più precisamente, a rue Lepic. Continua a leggere

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Beaurepaire

PARIS 75005

Restaurant Beaurepaire 

 

In un angolino romantico e un poco nascosto di Parigi, trovate questo posticino delizioso, a pochi passi dalla Senna, tra il quartiere di St. Germain e la riva dove sorge la splendida Notre Dame. Continua a leggere

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Parigi è una festa mobile

Parigi è una Festa Mobile

 

La primavera è arrivata già da un po’ ma solo da qualche giorno Parigi ha registrato l’avvenimento e reagito in modo appropriato, sfoderando finalmente temperature più calde e un sole che riesce persino a vincere le nuvole per la maggior parte della giornata. Giusto in tempo per precedere l’estate. È in mattinate come queste che ripenso a Festa Mobile, di Ernest Hemingway: Continua a leggere

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La Bossue

PARIS 75018

La Bossue • Pâtisserie-Comptoir

 

Continuando la nostra scoperta dei locali di Montmartre, ecco un nome da annotare: La Bossue. Si tratta di un piccolo Caffè nonché Sala da Tè, Continua a leggere

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